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GIORGIANDREA TOMASI  Corso di Formazione Brescia 2015/16

 

PER INSEGNARE BASTA SAPERE... PER EDUCARE OCCORRE ESSERE.


  Relazione finale, corso di formazione per maestri Giocodanza.

  E già qui, nel mio caso, c'è qualcosa che non quadra.

 Relazione finale? Per quanto mi riguarda è una “relazione iniziale”. Mi spiego. Per me ora il Giocodanza inizia. Inizio io. Inizio a vedere la propedeutica sotto un altro punto di vista. Inizio a credere che posso sopravvivere ad una lezione di un'ora con 16 bambine di 5 anni e non pensare neanche una volta a quanto siano “mostruose”, in realtà, delle principesse vestite di rosa. Inizio a considerare di occuparmi dei corsi delle “babyclass” senza fare storie.
  Senza lamentarmi. Sì, io mi lamento sempre quando devo occuparmi dei corsi dei bambini più piccoli. Sì, io non sopporto di ripetere dieci volte, quando bastano, le stesse cose. No, io non ho quell'innato amore per i bambini che sembrano avere tutte le mie colleghe. E ancora no, io non ho pazienza. Io non amo “accontentarmi”.
  A me non piace “lasciar perdere”. Io non credo che sia giusto abbassare le proprie aspettative pur di tenersi gli allievi.

  Per cui ecco, io considero questa relazione un inizio.

  Ho iniziato a studiare danza nel 1992, avevo quattro anni. Volevo fare la ballerina. Ho studiato anche pianoforte, chitarra, equitazione, ginnastica artistica, pallavolo, nuoto, sub, apnea. Ero una bambina attiva, non ho mai avuto una play station, il nintendo con Super Mario, e il computer in casa mia è entrato che avevo già i brufoli.   Quando è stato il momento di scegliere una disciplina perché non era possibile continuare a far tutto, il mio folle amore per la danza non mi ha concesso dubbi. A 14 anni volevo ancora fare la ballerina, non avevo il fisico, non avevo i piedi, non avevo grandi doti.
  Ma volevo fare la ballerina. L'occasione per studiare a livelli professionali è arrivata per caso, ma la lontananza da casa, il costo, le condizioni in cui avrei dovuto “vivere” erano, per i miei genitori, inaccettabili. I miei tre fratelli erano grandi, ma non abbastanza da non aver bisogno del sostegno dei genitori, anche economico. E così sono stata costretta a rinunciare.
  A 16 anni mi sono iscritta al mio primo corso per insegnanti di danza, ripiegando sull'insegnamento tutte le mie aspettative. Due anni dopo, appena raggiunta la maggiore età, insegnavo a pieno ritmo.

  La mia scuola di danza è tutta bianca, un po' azzurra e un po' nocciola. E quando entri ti sembra di essere in una enorme vaschetta di gelato. Ci sono grandi vasi con fiori di campo e una scalinata che porta allo spogliatoio. Prima era un vecchio capannone che nessuno guardava più, poi io l'ho visto, l'ho immaginata, l'ho disegnata e ora la vivo ogni giorno. Ho sempre desiderato una scuola dove gli allievi potessero sentirsi a casa. E ora li vedo entrare così entusiasti e partecipi che mi lecco i baffi.

  Le ore di propedeutica sono per me le più difficili, pesanti e stressanti di tutta la settimana.

  Non sopporto i genitori. Non sopporto le bambine che sognano di fare le veline, che conoscono solo (ma perfettamente) la gradazione di colore dal rosa chiaro al viola scuro, passando per il fuxia. Qualche volta un trasgressivo verde acqua. E non sopporto neanche il colore arcobaleno.
  Per me gestire una classe di bambini è un impresa titanica, tanto da considerare un castigo ogni minuto. Non sopporto che debbano fare pipì dopo cinque minuti dall'inizio della lezione, non sopporto quando non si sanno soffiare il naso e non sopporto che corrono. “Quindi tu non sopporti i bambini.

  Ma il segreto è abbassare le proprie aspettative. O azzerarle. Non importa. Basta arrivare alla fine dell'anno.” Ecco. Un brivido mi sale lungo la schiena. Lo ammetto. Non li sopporto. Ma ancora meno posso accettare di lavorare azzerando le mie aspettative o giusto per “tirare avanti”. Non ce la faccio. E questo è il motivo per cui mi sono iscritta al corso di Giocodanza.

  Ho capito che era il metodo che cercavo al primo incontro. Non subito. Subito mi sono sentita un pesce fuor d'acqua. Tutte in cerchio a salutare Lulù. A presentarsi come all'asilo. AIUTO.
  Poi, poco dopo pranzo, Marinella comincia a farmi nascere un'aspettativa: andare nella giungla! Lo ripete ogni dieci minuti circa. Se saremo brave e abbastanza coraggiose, prima che faccia buio ci porterà nella giungla. Cominciavo a capire che forse avrei potuto fare la stessa cosa, creare nelle mie allieve un aspettativa per ottenere attenzione e impegno.

  Finchè, l'illuminazione! Marinella dice: “Io non sopporto il disordine.” Ecco, penso. Anch'io! Poi dice “Io pretendo il rispetto delle regole.” Nasce in me una speranza. “La lezione la dirigo dal primo momento proponendo senza imporre, e in questo modo le bambine restano dentro i limiti senza che questo diventi pesante”. La mia autostima inizia a salire. Poi, la cosa che più ho preferito. “Alla fine dell'anno le bambine devono aver imparato qualcosa, bisogna solo decidere cosa è giusto che imparino a quell'età”.

  Quindi, dovevo solo rivedere le mie priorità. Non azzerare le mie aspettative sulle allieve ma sviluppare nuove esperienze che ne avrebbero generate altre.

  Questo è per me il Giocodanza. Non una nuova propedeutica (Marinella ha “solo” reso divertente la propedeutica, non ne ha cambiato le basi), non una nuova metodologia. Per come la vedo io non è nemmeno una nuova disciplina. Io la vedo DANZA. Arte, numeri, regole, spazi, fantasia. Postura. Marinella dà una grande importanza alla postura.
  Non un gioco privo di finalità. DANZA. Che diverte, che emoziona, che cresce. Che fa scoprire. Che insegna. Che educa. Ed ecco che scelgo di essere: una maestra di giocodanza che limita, che scopre, che accetta, che guida, che porta tanta pazienza ma fino ad un certo punto. Una guida, una compagna, un esperimento.

 Scelgo di abbracciare il giocodanza come mio personale equilibrio tra ambizione e umiltà. Tra crescere e restare bambini. Ed ecco che scopro che sono anch'io tutto ciò. Scopro che posso essere capace di educare e non solo insegnare. Poco. Certo. Ma è solo la relazione d'inizio. 

  Ah. Poi ci ho provato anch'io con la storia della giungla. Ci ho provato subito, appena tornata da Brescia, il lunedì. “Bambine, oggi se fate le brave vi porto nella giungla!”, “Bambine, impegnatevi che se facciamo bene tutti gli esercizi andiamo nella giungla.”, “Che ne dite bambine, siete abbastanza coraggiose per andare nella giungla?”, “Veloci, bimbe, fate veloci, o non ci resta il tempo di andare nella giungla!” Mai avuto tanta attenzione, mai visti piedini così veloci, mai visto linee così ordinate e mai vista tanta emozione.
  La lezione mi è volata ed ero entusiasta di non essermi mai fermata nè arrabbiata.   Mancano giusto dieci minuti. “Bene bambine, visto che oggi siete state davvero bravissime e vi siete tanto impegnate che ne dite di andare nella giungla? Ve l'avevo promesso e io mantengo sempre le promesse!”
  Salta fuori Diana, cinque anni. Mi guarda sconvolta, rossa in viso, con un'espressione a metà tra il disperato e il dispiaciuto. “Maestra, io so che tu mantieni le promesse, ma invece di andare nella giungla non possiamo andar al McDonalds?”
  Scoppio a ridere. E' più forte di me. Qualcosa devo aver sbagliato!