M. C.

 

Ma ciò che ci rende liberi all’interno di questi confini è quella semplice,  curiosa fantasia che rende il nostro sguardo alla vita delicatamente folle.

Mia cara Marinella,

voglio essere sincera e svelarti subito un pensiero…che fatica questo mio gioco danza! Però.. wow..

Eh si, è proprio questa la prima cosa che mi viene in mente, ed ora ti racconterò il perché.

Quel 5 Ottobre sono arrivata a Grosseto con pochissime ore di sonno sulle quali poter fare affidamento, e dopo un viaggio in macchina decisamente stressante, per via del navigatore che dava i numeri e della pioggia che si era molto affezionata a me e alla mia strada,

Ero in ritardo, e mentre camminavo velocemente verso l’ingresso della tua scuola, cercavo di recuperare il quaderno e la penna, l’occorrente necessario per la lezione che mi aspettavo. Immaginavo una grande stanza, con dei banchi, ai quali erano sedute persone silenziose e concentrate, intente a registrare un’enorme quantità di informazioni complicate, frutto di accurati studi su quegli esseri incomprensibili ed inafferrabili quali sono i bambini. Immaginavo anche la tua voce seria, e tutte le preziosissime parole che tu avevi già pronunciato ed io ormai perso.

Ricordo di essere entrata in sala con uno sguardo serio ed una camminata sicura, in modo da dimostrare subito che ero una persona adulta nel vero senso della parola.

“Che strano!” mi sono detta quando entrando ho visto tutte sedute a terra…niente banchi, niente penne infuocate… e la tua voce era calda e dolce.
Ma se questa accoglienza mi aveva un po’ stupito, puoi immaginare che senso di disorientamento ho provato quando poco dopo mi son sentita dire qualcosa che all’incirca ha suonato così:” Bene bambine, iniziamo! Formiamo un bel cerchio e presentiamoci a Lulù”.
Il gelo nelle mie vene… ma come?! Questa giornata da adulta non promette bene… Marinella, non puoi chiedermi questo. Ho ventiquattro anni, non è passato tanto tempo da quando sono stata bambina, ma ormai non lo sono più. Non mi ricordo quasi niente..e ti dirò, non me ne voglio ricordare. Sto facendo di tutto per diventare una donna. Voglio fare cose serie… dov’è la mia penna? Ma tanto, Marinella, anche se dentro di me ti imploravo di lasciarmi essere grande, e di tornare anche tu nel tuo corpo di donna, guardavi quel peluche che si avvicinava a me sempre più convinta che fosse una buona idea.

Intendiamoci, era un’orsacchiotta molto graziosa, dal musetto dolce e ben vestita… ma pur sempre un peluche!

Niente da fare, poco dopo era nelle mie mani, e sentivo la mia voce dire “ ciao Lulù, io sono Cristiana”. Beh, ho pensato, meno male, non so come ma ce l’ho fatta. Ormai è andata.

Povera me… pensavo che fosse finita lì… macchè poco dopo stavo facendo di peggio.

Sono diventata una giraffa che salutava tutti dicendo “Hello”, ma perché no, anche un grosso elefante, ed un serpente strisciante,. Poi una pazza locomotiva, un’altezzosa signora, Arlecchino, una sirena, ma anche un pirata… ho giocato con i palloncini, ho fatto pernacchie alla mie compagne, ho dovuto immaginare che dei semplici cerchi potessero essere qualsiasi cosa, ad esempio fiori, oppure le casette delle api. E potrei continuare all’infinito con una lista di cose “assurde” che ho dovuto fare.

Tornando nella mia camera a giornata finita, mi sono detta che non ce la potevo fare… si, un po’ mi ero divertita, avevo anche riso ogni tanto, però…e poi, non ci crederai, ma sono scoppiata a piangere. Ero decisa a lasciar perdere… ripensavo a quando avevamo giocato col paracadute… le altre ragazze sorridevano, ma io no…e non mi andava di sentirmi di nuovo così.

Eppure il mattino seguente ero di nuovo lì, a fare altre di quelle strane cose.

Me ne sono poi tornata a casa con tanta confusione dentro, perché non potevo negare che fosse una bella esperienza, ma io mi sentivo inadeguata. Pensavo che non sarei riuscita a tornare bambina, forse non lo ero mai stata più di tanto, non come la maggior parte delle persone. Forse quella bambina c’è stata ma ormai l’avevo persa lungo il cammino. Forse non avevo speranze di poterla ritrovare.

Non ti dirò che la volta successiva è stato tutto diverso, perché non è la verità. Le cose sono cambiate piano piano. Mi è servito fino all’ultimo minuto passato insieme per rendermi conto che nonostante le difficoltà io ogni volta tornavo, che le risate aumentavano, che vedere i cerchi come qualsiasi altra cosa non era più un “dovere”, ma un “volere”.

Tutto si è risvegliato dentro di me quando abbiamo fatto volare il paracadute l’ultima volta, perché quella volta ho sorriso forte, dal cuore, immaginando che quel semplice pezzo di stoffa fossero i miei sogni colorati che volavano in alto.

Da lì ho capito. Quella bambina c’era sempre stata, e mi stava dando una bella botta in testa. Perché io, nell’ansia di diventare adulta, stavo diventando solo una grossa scatola vuota. Lo sono stata bambina, e per me era normale divertirmi a fantasticare su tutto, così come nei nostri incontri in realtà, dentro di me, ci mettevo un attimo a trasformarmi in qualcosa, e aspettavo curiosa le nostre nuove avventure.

Il gioco danza mi ha dato una seconda chance di essere una persona ricca, perché mi ha messo davanti alle mie dimenticanze, facendomi riscoprire un insegnamento che io ho ricevuto da bambina, e che non mancherò di passare a mia volta: esistono dei confini nella vita, che sono importanti e vanno accettati. Perché esistono gli altri, il loro spazio e il nostro, le scelte giuste e quelle sbagliate. Ed è bello così.

Ma ciò che ci rende liberi all’interno di questi confini è quella semplice, curiosa fantasia che rende il nostro sguardo alla vita delicatamente folle.

GRAZIE a te Marinella per avermi tradotto il linguaggio della mia bambina.